Mi piacciono le persone con il senso del bello.

C’ho il blocco dello scrittore. Ma non sono uno scrittore, più che altro sono il blocco.

Quarto giorno di mobilitazioni a Madrid. Sgomberata Puerta del Sol

(Source: gnarrrgh, via ze-violet)

3 weeks ago - 5

Dicono che la vita sia fatta di scale, ma la maggior parte prende l’ascensore e si fa i selfie.

paz83:

Erdoğan, Twitter e la Turchia

paz83:

Erdoğan, Twitter e la Turchia

(Source: twitter.com)

DENIS LEARY ADMITS HE STOLE BILL HICKS' ACT |Studio Exec

studioexec:

On the 20th anniversary of Bill Hicks’ death, Leary finally fesses up.

(via forgottenbones)

3 weeks ago - 48

Dopo 2 giorni ce l’ho fatta!

- Amore, che ne dici di divano, copertina, film e popcorn stasera?
- Molto volentieri!
- Perfetto, divertiti. Io esco.

guerrepudiche:

mazzufun:

Awesome Never-Before-Seen Pics From The Making Of “The Goonies”

La storia del cinema signori.
(E dell’infanzia di molte persone, me compreso)

(via mdma-mao)

unacasasullalbero:


Se non è mai stata nuova e non invecchia mai allora è una canzone folk”.

È sempre stato molto difficile per me parlare di Bob Dylan. Ho sempre avuto timore, con le parole, di banalizzarlo, la paura di tenerlo tra le mani, maneggiarlo con eccessivo impaccio fino a fracassarlo a terra e alla fine trovarmi davanti alla sua maschera vuota che mi fissa. Già, forse è proprio la sua faccia ciò che mi ha fatto sempre paura di lui: i suoi occhi azzurri, di un azzurro fitto. In realtà, nelle foto in bianchennero, così come l’ho conosciuto, per me aveva gli occhi neri ma l’effetto è sempre stato lo stesso: cazzo, quando Bob Dylan ti guarda dritto con quei due occhi di un cielo glaciale senti ogni filtro distruggersi, improvvisamente nudo, ti ritrovi carponi a terra, senza difese, nella disperata ricerca di uno straccio per coprire le proprie vergogne.

O forse parlare di Bob Dylan è difficile perché è già stato detto tutto. Cosa si può dire ancora di un’artista così? Biografie su biografie, analisi dei testi, film, documentari, interviste, bootleg, foto, e arrivo io e parlo di Bob Dylan? Ancora Bob Dylan? Ci si sente scomparire di fronte a un gigante del genere, più o meno la stessa sensazione che ho provato quando ho preso coscienza del ‘mare magnum’ della sua produzione artistica tra album, libri, cinema, pittura.
Possiamo dire che cominciamo ad avvicinarci, ma non è ancora fino in fondo questa la causa del mio irretimento. Il carisma del personaggio, l’importanza indiscussa nella storia della musica, certo, metterebbero soggezione a chiunque, ma c’è di più.
Il punto, in verità, è che parlare di Bob Dylan è difficile come è difficile parlare delle cose che abbiamo più a cuore, che si spingono in maniera più indiscreta nella nostra intimità. Come è difficile parlare dei nostri amori, dei disamori, senza alcuna maschera addosso.

Sì, il mio rapporto con Bob Dylan ha le fattezze di una vera storia d’amore. Uno di quei amori che non ti scegli, in cui ti ritrovi improvvisamente immischiato e dopo un po’ non ricordi neppure più come ci sei capitato. Uno di quei amori che tradiscono, che possono far male ma inevitabilmente ti cambiano. Ho avuto diversi amori (musicali) nella vita, ma quello con Bob Dylan è diverso. Posso fuggire mano nella mano con altre ragazze, lasciarmi sedurre, fino a perdermi, dalle sirene di qualche nuovo gruppo, posso farmi fregare dalla freschezza giovane di qualche album indie, ma lui rimane lì. A fissarmi con i suoi occhi azzurrissimi (o nerissimi).

Proprio come quando si incontra la donna della propria vita: tu non l’hai mai cercata, è lei che ti ha trovato. Poi ti accorgi che in realtà era proprio lei che aspettavi da una vita, o forse da un oltre-vita: nello sguardo distratto della passante, nel pallido riflesso di una vetrina, nelle fughe e ritorni giovanili, nelle notti tormentate d’estate. Hai sempre atteso soltanto lei. Esattamente come quell’armonica a bocca sgraziata, fastidiosamente dissonante, improvvisamente alta e poi giù bassissima che ti costringe a giocare con la manopola che regola il volume dell’autoradio. E’ quella voce sporca, arrugginita dagli anni, che attendevi da sempre. E tu non lo sapevi ma ad un tratto ti accorgi che sa raccontarti meglio di qualunque altro, di colpo scopri che qualsiasi canzone rock sulla faccia della terra – degna di essere ricordata, ovviamente – ha dentro una canzone di Bob Dylan. Per cui puoi fare proprio quello che vuoi, ma tanto si torna sempre là, si torna sempre a casa. Semplicemente lui ci arriva prima, spalanca la strada. Proprio come a Newport, nel 1965, quando al più grande festival folk d’America si presenta sul palco con in braccio una chitarra elettrica e si guadagna gli insulti di un pubblico inferocito. Oppure quando gli chiesero perché non scrivesse più canzoni di protesta e lui serafico, un po’ annoiato, se ne va dicendo: “tutte le mie canzoni sono di protesta” sovvertendo, con la semplicità che la natura concede al genio, il concetto stesso di protesta ridotto ad ‘ideologia’ nel quale hanno sempre cercando di ingabbiarlo.
Fino a quando, a settantadue anni suonati, in un concerto qualunque, in una serata romana qualunque, invece di starsene a casa a raccontare ai nipotini una vita da eroe decide di stravolgere totalmente la scaletta, eseguendo tutti brani mai suonati prima. Per tutto lo spettacolo si diverte sul palco nello scorgere gli occhi increduli dei suoi fan.

Pensavo che fosse proprio per questo che amo Bob Dylan, fino a stamattina, quando dopo il caffè e una stropicciata agli occhi davanti allo specchio mi infilo in macchina, rissoso come sempre, per andare a lavoro. Non ho ancora coscienza di chi sono e come al solito cerco di nascondermi per bene e chiedo asilo alla musica: stamattina mi accontenterei di qualsiasi rumore, anche del fruscio pre-sintonizzazione dell’autoradio. Ma ad un tratto, tra i fischi, si fa largo un giro di chitarra antichissimo, un’armonica sgangherata ed una voce nasale che fa: “How many roads most a man walk down before you call him a man? The answer my friend is blowin’ in the wind, the answer is blowin’ in the wind”.

Sono costretto a fermarmi, immobile, sulla piazzola della statale. Deglutisco a stento il nodo alla gola e penso: “è la cosa più bella che abbia mai sentito!”.

articolo di Davide Tartaglia

(via girodivite)

Anche quest’anno ho vinto l’Oscar per il miglior film mentale.

64 governi in 68 anni con 28 ministri diversi, questo è il conto finale della moderna storia politica italiana; facendo una media, ogni 2 anni e mezzo il nostro paese si ferma e riparte per poi rifermarsi. Sembra di essere in quella giostra dove le persone sopra i cavalli cambiano, ma quando la musica si ferma, siamo sempre nello stesso posto. Il paese si ritrova negli ultimi venti anni in una società palesemente gerontocratica, dove le posizioni di potere sono occupate da persone di 50, 60 e 70 anni di età, favorendo così una disoccupazione che tende ad arrivare al tetto del 50% nei prossimi 10 anni. La grande..zza italiana é priva della sua forza da tre generazioni a causa di un sistema politico ed istruttivo (dunque quello educativo) che non incoraggia (anzi in alcuni casi ostacola) l’iniziativa, l’innovazione, il merito e l’opportunità. A livello “istruttivo-professionale” é mancato quel trattino che lega le due parole; pensate ai tempi dei nostri genitori quando in molti venivano formati professionalmente tramite specializzazioni e concorsi, quando è avvenuta la svalutazione della laurea le cose hanno iniziato a degenerare, ma la colpa non è da ricercare come dicono molti nell’aumento della capacitá della classe media di possedere (per fortuna o purtroppo) finanze per accedere ad un’istruzione universitaria, ma é da additare ad uno Stato che nei primi anni novanta non ha saputo prevedere ed organizzare il lavoro pubblico e, anche nel privato si é preferito rimandare per un decennio e più il ricambio occupazionale. Tutto ció ha favorito il clientelismo e al contempo l’aumento della corruzione nel paese provocando successivamente la disillusione di una gioventù che vive circondata di successi favoritistici, moralismi e vuotezza. Sembra che tutto il paese sia diventato il capoluogo del provincialismo all’ italiana quello stile don Matteo per intenderci, dove ognuno ha il suo piccolo mondo ed ha paura di farlo diventare grande. 64 governi in 68 anni con 28 primi ministri diversi… L’Italia, dove si cambia tutto per non cambiare niente.

guerrepudiche:

nicconoh:

Nell’ultima gif, se fate silenzio, sentite il mio cuore che esplode in mille pezzi.

Insieme a quello di Mr. Bill Murray…

(Source: danaykroyd, via selene)

Dopo l’epoca del Risorgimento, in Italia, c’è stata l’epoca del Decadentismo. E poi, dopo? Il Decadentismo. E dopo ancora? Decadentismo…

Biani é sempre Biani

Biani é sempre Biani

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